Estratti da Earthbound (-14)

earthboundfull

FIRST CHAPTER

I remember the plane going down.
Not the crash exactly, but the moments before—and while it must have been only moments, when I look back, it takes much longer.
I was sitting with my forehead pressed against the tiny window, looking through the cloudless air at farms and settlements passing below me, when the engine exploded, rocking the plane into a crazy tilt that tossed me back and forth in my seat. The actual blast was surprisingly quiet—muffled by the insulated fuselage, I imagine—but the billowing clouds of coal-black smoke pouring off the wing were impossible to miss.
Every nerve in my body clanged, but my eyes stayed riveted to the roiling smoke that streamed back from the engine just feet from my window. My aching fingers clung to the armrests to hold myself steady as the plane dipped forward, then plunged, the momentum forcing me against my seat.
The pop and hiss of hundreds of oxygen masks, springing from the ceiling like venomous snakes, startled my attention away from the smoking wing. Reflexes honed by dozens of droning safety speeches sent hands darting out to grab the oxygen masks, the adults securing their own masks before assisting others.
But I didn’t bother with mine.
Not even when my mother pushed it at me, her eyes dancing with terror as she gripped my father’s arm so tightly I knew her fingernails must be drawing blood.
It was the flight attendant who made me understand. Two of them were standing in the aisle, trying to get everyone’s attention, demonstrating the crash position—like that was going to help. But I focused on the third one. He wasn’t attempting to buckle up or help the passengers; he just stood, his body strangely still amid the chaos, looking out the window, two tears rolling down his cheeks.
That’s when I knew we were all about to die.
And in that moment, my fear melted away and I felt completely at peace. No life flashing before my eyes or sudden aching regrets. Just an overwhelming peace.
I relaxed, stopped struggling, and watched out the window as the ground rushed up to swallow me.

#
I stare at the photos in horror. It has to be true; there’s no other explanation.
The timing couldn’t be better.
Or worse.
“She’s gone?” I ask in my iciest voice. I’m not mad at him; I’m mad at myself for not seeing it sooner. I should have seen it sooner. Everything balances on a knife’s edge and this could destroy it all.
Or save it.
“We’re doing everything we can.” He’s nattering on about their efforts, but I don’t have the patience to listen. I walk over to the window, arms crossed over my chest, staring down at the lush garden below, seeing nothing.
Not nothing. Seeing her face. That face I’ve known since almost before I can remember my own. That face I thought I was finally free of.
Except now I can never be free. I need her. We need her. It’s difficult not to choke on the bitter irony that after everything she’s done, I need her. Without her, everything will fall to pieces.
Worse than it has already.
And I almost killed her

 

 

 

 

 

PRIMO CAPITOLO

Ricordo l’aereo precipitare.

Non ricordo esattamente il momento dell’impatto, ma i momenti prima – e nonostante siano stati solo momenti, quando torno indietro con la mente, mi ci vuole molto più tempo.

Ero seduta con la fronte posata contro il piccolo finestrino, guardavo il cielo senza nuvole scendendo verso le fattorie e gli insediamenti sotto di me, quando il motore esplose, facendo oscillare l’aereo e facendolo inclinare paurosamente, sballottandomi avanti e indietro sul mio sedile. La vera e propria esplosione fu stranamente silenziosa – smorzata dalla fusoliera insonorizzata. Credo – ma le nuvole di fumo nero carbone che uscivano dalle ali dell’aereo erano impossibili da non vedere.

Ogni nervo del mio corpo si tese, ma i miei occhi rimasero inchiodati al fumo vorticoso che sgorgava dal motore a pochi metri dal mio finestrino. Le mie dita doloranti erano aggrappate ai braccioli per tenermi ferma mentre l’aereo perdeva quota, poi crollò a picco, la forza dell’impatto mi spingeva contro il mio sedile.

Lo spuntare e il fischio di centinaia di maschere d’ossigeno, che scendevano dal tetto come serpenti velenosi, mi fecero sussultare, distogliendo la mia attenzione dall’ala che andava in fiamme. I riflessi comandati da dozzine di monotoni messaggi di sicurezza che guidavano rapidamente le mie mani per prendere le maschere d’ossigeno, gli adulti devono allacciare bene la loro maschera prima di assistere gli altri.

Ma non mi preoccupai della mia.

Neanche quando mia madre me la spinse contro, i suoi occhi che si muovevano da una parte all’altra con terrore mentre si aggrappava al braccio di mio padre così forte che ero certa le sue unghie stessero sanguinando.

Fu l’hostess che mi fece ritornare in me. Due di loro erano in piedi lungo il corridoio, cercando di attirare l’attenzione di tutti, mostrando la posizione d’assumere durante l’impatto – come se potesse essere d’aiuto. Ma cercai di concentrarmi sul terzo. Non stava cercando di allacciarsi la cintura o aiutare gli altri passeggeri; stava fermo, il suo corpo stava stranamente immobile in mezzo al caos, guardava fuori dalla finestra, due lacrime che gli scendevano lungo le guance.

Fu quello il momento che capii che stavamo tutti per morire.

E in quell’istante, la mia paura scomparì e mi sentii completamente in pace. Nessun frammento di vita che mi scorreva davanti agli occhi o improvvisi sensi di colpa. Solo una pace travolgente.

Mi rilassai, smisi di agitarmi, e guardai fuori dal piccolo finestrino mentre il terreno mi si avvicinava velocemente per inghiottirmi.

#

Fissai le foto con orrore. Doveva essere la verità, non c’era altra spiegazione.

Non poteva accadere in un momento migliore.

O peggiore.

“è andata via?” chiedo con il tono più freddo che riesco a fare. Non sono arrabbiata con lui, ma con me stessa per non averlo capito prima. Avrei dovuto capirlo prima. Tutto è in bilico sulla lama di un coltello e questo potrebbe distruggere tutto.

O salvarlo.

“Stiamo facendo tutto il possibile” sta blaterando sui loro sforzi, ma non ho la pazienza di ascoltare. Cammino oltre la finestra, le braccia incrociate sul petto, guardando giù verso il rigoglioso giardino, non vedendo nulla.

No, non nulla. Vedo il suo viso. Il viso che ricordo prima ancora di ricordare il mio. Quel viso da cui pensavo di essere libera.

Solo che adesso non posso più essere libera. Ho bisogno di lei. Abbiamo bisogno di lei. È difficile non strozzarsi con l’amara ironia dopo tutto quello che lei ha fatto. Ho bisogno di lei. Senza, tutto cadrebbe a pezzi.

Peggio di com’è adesso.

E l’ho quasi uccisa.

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